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Il vino degli antichi Romani PDF Stampa E-mail

IL VINO DEGL ANTICHI ROMANI a cura di F. Vecchi

Trattando del vino dei Romani mi è sembrato utile riportare il "riassunto" di alcuni brani di un libro che sto scrivendo e che mi impegna moltissimo, nei quali troverete alcune informazioni su questo argomento.


Ricordiamo che il mangiare ed il bere in un popolo è sempre stato un fatto importante, spesso dimenticato dalla Storia (con la S maiuscola), chi di noi conosce il menù del legionario romano o del cavaliere teutonico, e come la mancanza o la comparsa di un nuovo cibo hanno condizionato eventi storici successivi?

Il patrimonio culturale enogastronomico è discriminante pure nell’assegnazione ed alla appartenenza ad una determinata etnia o gruppo sociale, sia come vincolo in negativo (consideriamo le restrizioni tipiche della Religioni Ebraica e Mussulmana e parzialmente anche per il Cristianesimo) sia in positivo (tradizione di certe abitudini in particolari commemorazioni, Pasqua, Giorno del Ringraziamento, Capodanno ect.).

Nei tempi antichi, esattamente come ai nostri giorni, i ricchi e potenti volevano il meglio, non solo oro, gioielli et similia ma anche cibi e vini prelibati, ed erano disposti a spendere molto pur di averli, per questo sorsero percorsi commerciali importantissimi quasi esclusivi per portare sale, vino, spezie ed altre mercanzie preziose.

Nella Bibbia vino e vite sono citatissimi, circa 140 volte, sono degli archetipi, assieme a grano, pane ed all’olio; nel Nuovo Testamento il vino assume la veste di sangue di Cristo e… scusate se è poco. Il grano era legato al rapporto tra Dio e l’uomo sulla terra, con l’olio erano unti i re, il vino era il simbolo del rapporto tra l’uomo e Dio, quindi la parte più spirituale.Dalla tradizione biblica noi attribuiamo la scoperta del vino al buon vecchio Noè che, dopo una lunga permanenza nel chiuso dell’Arca ed attorniato dall’acqua, pensò bene di rifarsi con il vino. «Noè cominciò a fare l'agricoltore e piantò una vigna. Avendo poi bevuto del vino, si ubriacò...» (Genesi 9, 20-21).


Esistono però episodi precedenti, reperti archeologici provenienti da zone vicini al monte Zagros, nell’attuale Iran, che paiono evidenziare come già i nostri progenitori alla fine del neolitico (conoscevano il modo di fare il pane, cuocere i cibi e fare la birra), vinificassero le uve assieme ad altre bacche in “tini” costituiti da uno scasso nel terreno ricoperti di malleabile argilla per renderli impermeabili, quindi ancora prima delle notizie storiche o provenienti dai miti. Sappiamo per certo che almeno da sei millenni a.C. gli uomini avevano scoperto la possibilità di costruire recipienti in argilla, quindi sia il primo vasellame sia contenitori di vario tipo e forma, fatto molto importante che contribuì alle successive conquiste in campo gastronomico come la cottura e la conservazione delle vivande.

Nell’Italia pre-romana non dobbiamo dimenticare la dominazione greca del Meridione Italiano, e gli insediamenti costieri ed insulari dei Cartaginesi che, sulle orme dei Fenici, avevano costellato il Mediterraneo di basi commerciali e città fino alla Spagna, portando anch’essi il loro bravo contributo alla diffusione della vite.

Nell’Italia centrale, ed in parte di quella settentrionale, vivevano gli Etruschi popolo dalla origine misteriosa, secondo una delle tante supposizioni tale popolo era proveniente dall’Est e taluni prospettano fossero nientemeno gli esuli Troiani sfuggiti alla distruzione della loro città. Gli Etruschi praticavano la coltivazione della vite e vinificavano con tecniche simili a quelle adottate dai loro quasi coevi Greci, in primavera filtravano ed immettevano il vino in anfore e, vista la notevole produzione a cui giunsero, lo esportavano sia nelle regioni del Nord Italia sia in Francia, forse furono i primi ad arrivare fino in Borgogna, pare solo per vendere vino e non per produrlo.

L’allevamento della vite era effettuata sia legandola a pali, come fatto nel Meridione d’Italia dai Greci, ma anche “maritata” ad alberi e questa forma di allevamento aumentava man mano ci si sposta verso nord, con il passare del tempo e l’avvento della prevalenza romana le tecniche colturali subiranno una evoluzione, gli Etruschi antici non avevano fama di viticoltori particolarmente abili. Le viti etrusche erano forse di origine orientale ottenute da contatti precedenti con le popolazioni del Peloponneso, anche se non si può escludere a priori una evoluzione da viti selvatiche esistenti in loco. Alla ipotesi di viti autoctone si associa la selezione di varietà dalle quali potrebbero essere derivati gli attuali Trebbiano, Montepulciano, Sangiovese, Lambruschi vari e forse anche l’Asprinio campano.

Plinio nell’elenco dei vitigni italici riporta alcune uve tipiche dell’Etruria tra i quali la Sopina, la precoce Etesiaca, l’Alpiana per vino dolci passiti e la strana Talpona a bacca nera che dava mosti chiari. Da ricordare la Conseminia usata anche come uva da tavola. Virgilio, il poeta mantovano, secoli dopo la conquista romana, loda la viticoltura ed i vini tipici dell’Etruria.

Gli Etruschi avevano il loro Dioniso/Bacco in Fufluns, questo dio era molto amato e benvoluto avendo le caratteristiche iniziali del suo pari grado greco; per questo motivo, dopo la conquista romana dei territori etruschi, non fu un dramma passare dal vecchio avvinazzato al nuovo, in fondo cambiava solo il nome.

Roma fu fondata sul latte, di lupa pare per Romolo e Remo che ad esso dovettero la loro sopravvivenza, ma molto probabilmente fu il vino ad accrescerla.

Come recita la tradizione ai Romani facevano difetto le donne, quindi organizzarono una festa in casa dei vicini Sabini con l’accordo del tipo: voi “ci mettete il mangiare” , noi “ci mettiamo il bere”. Si procurarono vino, di quello buono non badando a spese, e fecero bere a dismisura i poveri Sabini e quando questi furono tutti stesi ed addormentati portarono via le loro donne, con le quali convolarono a nozze. Ma questa è leggenda.

I primievi Romani non si curavano alla qualità del vino, interessava la quantità, lo consideravano alla stregua di un cibo energetico e corroborante utile alla sopravvivenza ed a sopportare i disagi di una vita rude, certamente non un mezzo di piacere.

La zona attorno a Roma inizialmente non era pronta a produrre vini di qualità, la prassi di importare vino migliore dalle terre vicine, Etruria e soprattutto Grecia e Magna Grecia, si affermò solo più tardi, indipendentemente dalla qualità avevano idee molto precise su chi potesse berlo.

Quando erano ancora una raccolta di turbolenti conquistatori impegnati a gettare le basi del loro futuro radioso, guerreggiando con tutti i popoli italici, avevano costumi assai austeri, tanto da farli assomigliare ai padri pellegrini all’inizio della conquista dell’America, e vedevano corruzione e decadenza dei costumi ovunque, quindi le donne non dovevano bere vino. Il vino facilita l’adulterio, a parere di costoro.

Nel corso del V secolo a.C. comparvero alcune norme sulla viticoltura, ad esempio non ammettevano trascuratezza nella potatura, cioè era obbligo “curare” la vite onde ottenere un prodotto migliore ed in contemporanea si rafforzarono i divieti per l’uso del vino da parte delle donne. Le proibizioni enologiche non toccavano comunque le prostitute nei postriboli o le “grandi mantenute”.

Con il tempo i costumi romani si ingentilirono, subirono l’influenza greca e già nel periodo pre-imperiale, durante le guerre servili e civili, le donne potevano bere con tutta tranquillità il vinum passum, vino passito, premessa al loro trionfale ingresso nel convivio.

I Romani della Repubblica erano ancora un po’ grezzi, mangiavano modestamente, una specie di polenta di farina di farro, qualche pesce secco, formaggi ed anche loro, come i Greci consumavano poche verdure e bevevano vino siappure di qualità scadente.

Una tale morigeratezza di costumi derivava dal fatto che, salvo poche eccezioni, avevano sempre avuto a che fare nelle lunghe guerre italiche, con popoli a tenore di vita simile al loro, le cose cambiarono durante e dopo le guerre puniche.

(continua..)